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Nei secoli
Il problema dell'acquedotto e dell'acqua potabile nel cividalese
ha origini remote e sin dal XIII secolo si hanno testimonianze documentali
dell'interesse civico ad un rifornimento idrico continuo di acqua
di qualità ed in quantità. Il Canussio nel suo libro
sul XV secolo in onore di Cividale scriveva: "si reputa per
le necessità di qualsiasi città il posto d'onore,
quale principale condizione di prosperità, debba spettare
alle acque".
Il primo impianto acquedottistico del quale si ha memoria in Cividale
del Friuli nasce nel 1250, quando la comunità cividalese
decide di innovare il sistema di prelievo d'acqua, sino allora da
pozzo o cisterna di raccolta, con la costruzione di un acquedotto
che partendo dalle colline di Zuccola doveva alimentare una fontana
posta nella piazza del Mercato (oggi piazza Paolo Diacono). Il 3
agosto 1282 "venit primo acqua fontis civitatensis apud solarium
et in Curiam domini Patriarche" .
La presa, ubicata sulle colline di Zuccola, consisteva in una sola
casetta chiusa con portelle in ferro da cui partiva l'acqua incanalata
nelle tubature. Quest'ultime, costituite in elementi di terracotta
a forma di vaschetta, venivano sigillate tra di loro con bitume
dopo essere innestate a pressione.
Dalle testimonianze documentali risulta però che esse erano
state costruite in legno come attestato nel 1593 ove si diceva che
mille passi (un passo = 170 cm circa) di cannoni di legno sono forniti
dai Maestri Pietro Sticolio e Zan Antonio della Villa di Amaro .
Successivamente, nel corso dei secoli, i cannoni di legno furono
uniti con una cerchiatura in ferro in corrispondenza delle giunzioni.
Dei tubi in terracotta citati dal Sicco, si ha notizia solo in corrispondenza
delle opere di presa come descritto dallo Sturolo nei rapporti sui
suoi sopralluoghi presso le sorgenti sulle colline di Zuccola.
Si trattava di un acquedotto rudimentale con ampi tratti soprassuolo
soggetti all'azione degli eventi atmosferici e degli agenti biologici
come ad esempio funghi, parassiti del legno, ecc.
Il suo funzionamento era assai discontinuo. Infatti, alla piazza
del Mercato molto frequenti erano le interruzioni nella erogazione
di acqua a causa delle forti perdite lungo la linea di adduzione
dovute sia a rotture di tubazioni sia alla marcescenza e degradazione
del legno di cui erano costituiti i condotti. Molto frequenti erano
inoltre atti vandalici notturni lungo la condotta che come la tela
di Penelope di giorno si aggiustava e di notte si rompeva. L'attività
di guastatore notturno era tanto di moda che tra il 1520 ed il 1535
al fine di reprimere questo "sport prerinascimentale"
furono emanati numerosi e decisi proclami a condanna del reato di
manomissione delle condotte "con tre squassi di corda o la
legatura alla catena alla berlina ed una marca di multa" .
Soltanto nel secolo XIX si cominciò a pensare che era indispensabile
riparare le tubazioni dall'azione dei ghiacci, dalle rotture accidentali
e dagli atti vandalici. Nel 1831 viene dato incarico all'ing. Lovagnolo
di sostituire i tubi in legno con altri in pietra, da posare interrati
per salvarle dal ghiaccio e da rotture accidentali dovute all'azione
dell'uomo.
Nonostante l'impegno dell'ing. Lovagnolo tale soluzione venne di
anno in anno rimandata in quanto i costi esorbitanti, ma soprattutto
le necessità comunali quotidiane, impedivano di poter raccogliere
i fondi necessari per l'esecuzione delle opere.
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