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Acqua potabile: i nitrati

I nitrati sono composti a base di azoto e ossigeno, molto diffusi in natura, sia nel terreno che nei vegetali, anche in quelli di largo consumo. Lattuga, spinaci, bietole, ad esempio, ne possono contenere oltre 200 milligrammi per chilogrammo. Nitrati (e nitriti) vengono comunemente impiegati come conservanti, come si può facilmente verificare leggendo le etichette degli insaccati che acquistiamo.
Non ci troviamo quindi di fronte a sostanze tossiche, ma a composti che fanno parte della nostra dieta quotidiana. Come mai, allora, la normativa che definisce le caratteristiche dell'acqua potabile inserisce i nitrati nel gruppo delle sostanze indesiderabili, e ne fissa la concentrazione massima ammissibile in 50 milligrammi per litro?
Innanzitutto perché il contenuto "naturale" di nitrati nell'acqua è di solito molto esiguo (il valore ottimale dovrebbe essere intorno ai 5 milligrammi per litro), e quindi contenuti più elevati sono in genere il risultato di una modificazione dell'ambiente indotta dall'uomo.
Due sono i maggiori "imputati": l'eccessiva concimazione del suolo con fertilizzanti azotati, e la dispersione nel sottosuolo degli scarichi civili, ad opera dei cosiddetti pozzi perdenti (per quelle abitazioni che non sono allacciate alla pubblica fognatura) o a causa delle perdite, talvolta notevoli, delle reti fognarie.
Ma soprattutto perché un'eccessiva ingestione di nitrati (con i cibi e le bevande) può provocare l'insorgere, specie nei neonati di età inferiore ai tre mesi, di una particolare malattia del sangue conosciuta con il nome di metaemoglobinemia. Proprio per non esporre inutilmente la popolazione a questo rischio è stato prudentemente stabilito, per l'acqua destinata al consumo umano, il limite massimo dei 50 milligrammi per litro.
Ovviamente il contenuto di nitrati nell'acqua erogata dal nostro acquedotto si mantiene largamente al di sotto di questo limite, come risulta dai controlli effettuati dall'Acquedotto Poiana SPA e come è confermato anche dai controlli effettuati dal Nucleo operativo acque potabili dell'azienda sanitaria competente.
Acqua potabile: la durezza

Sentiamo spesso parlare dell'acqua potabile e delle sue caratteristiche con termini "tecnici" incomprensibili alla maggior parte di noi.
Con il termine "durezza dell'acqua" si intende il suo contenuto in sali di calcio e di magnesio (o più in generale di sali della famiglia dei metalli alcalino-terrosi); tra questi sali il più abbondante è il carbonato di calcio.
La durezza dell'acqua viene comunemente misurata in gradi francesi (°F): un grado francese equivale ad dieci milligrammi di carbonato di calcio per litro (1°F = 10 mg/lCaCO3).
Il calcio (e il magnesio) presente nell'acqua può dare luogo a formazione di depositi di calcare. Ciò avviene quando il bicarbonato di calcio, il sale più comunemente presente nell'acqua, si trasforma in carbonato di calcio che, a differenza del primo, è un composto non solubile in acqua. La precipitazione del carbonato di calcio è direttamente proporzionale alla temperatura, e ciò spiega perché le tubazioni che contengono acqua calda sono molto più soggette alla incrostazioni di quelle che contengono acqua fredda.
Se da un'acqua troppo dura (cioè con un elevato contenuto di calcio e magnesio) può formare incrostazioni, un'acqua troppo dolce (cioè con un basso contenuto di calcio e magnesio) può in certe condizioni (dipendenti dal pH e dall'alcalinità) essere aggressiva e provocare fenomeni di corrosione delle tubazioni.
Da un punto di vista sanitario non essendo il calcio una sostanza tossica, non vi sono limiti di concentrazione massima ammissibile per il calcio nell'acqua potabile (alcune acque minerali ne contengono più di 200 milligrammi per litro), ma solo esigenze tecnologiche, legate al formarsi di incrostazioni in scaldabagni.
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